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Tango o Samba?

Tango o Samba?

Flavio Ciasca

26 Maggio 2026

Tango o Samba?


Feliz Cumple Daniel Passarella

Feliz Cumple Daniel Passarella

Vivendo a Firenze, ho avuto la fortuna — rara e preziosa — di incrociare più volte Daniel Alberto Passarella. Un uomo che ha inciso a fuoco il proprio nome nella storia del calcio mondiale: giocatore d'istinto, capitano d'acciaio, dirigente visionario e anima pulsante del River Plate di Buenos Aires, con una parentesi italiana che i tifosi viola portano ancora nel cuore.
Lo avvicinai una volta, quasi trattenendo il fiato, per confessargli una cosa semplice ma vera: che da giocatore correvo allo stadio apposta per vederlo spiccare il volo di testa sui calci d'angolo. Uno spettacolo che pochi, tra i difensori della storia del calcio, hanno mai saputo regalare con quella ferocia e quel tempismo infallibile.
Passarella è stato un trascinatore nato, un gladiatore. Eppure uno degli episodi più lampanti della sua carriera italiana è rimasto sepolto nell'ombra. Già con il contratto firmato per il trasferimento dalla Fiorentina all'Inter, all'ultima giornata di campionato scaraventò una doppietta al Pisa che consegnò alla Fiorentina — e non all'Inter — il posto in Coppa UEFA. Un gesto di lealtà cristallina, che racconta tutto sull'uomo prima ancora che sul giocatore.
Daniel Alberto Passarella venne al mondo il 25 maggio 1953 a Chacabuco, provincia di Buenos Aires. La squadra sotto casa era il Sarmiento de Junín, dove batté i tacchetti per due anni in terza serie. Paradossalmente, pur bruciando dalla passione per il Boca Juniors, venne rispedito al mittente proprio dai bianconeri. Fu allora che, grazie alla sponda di un ex compagno di nome Hernández, riuscì ad agganciare Pippo Rossi, allenatore, ex calciatore e mito vivente del River Plate.
Quell'incontro era destinato a cambiare tutto. Rossi gli sparò la domanda in faccia senza mezzi termini: aveva le palle di scendere in campo il sabato successivo nel Superclásico contro il Boca? La risposta di Passarella fu un lampo:
«Il coraggio lo devi avere tu di mettermi, non io. Io non ho paura di nessuno.»
Finì come miglior giocatore della partita, trasmessa in diretta in tutta l'Argentina col fiato sospeso. Da quel giorno, la storia del Caudillo e quella del River Plate si fusero in una cosa sola.
Capitano della nazionale che trionfò nel discusso e infuocato Mondiale casalingo del 1978, Passarella fu spesso dipinto come il grande nemico di Diego Armando Maradona. La realtà, però, era assai più sfaccettata: nei primi anni del Pibe de Oro, il Caudillo fu semmai uno scudo per lui. La rottura esplose in seguito, soffiata soprattutto dai veleni interni alla nazionale di Carlos Bilardo, campione del mondo in Messico nel 1986, e da una stampa argentina sempre affamata di sangue.
Per capire davvero la pasta di cui era fatto Daniel Passarella, basta un episodio del derby milanese del 1987. Il Milan di Sacchi stritolava l'Inter grazie anche ai suoi fuoriclasse olandesi, su tutti uno straripante Ruud Gullit: un corazziere, uno stantuffo, nessuno riusciva ad arginarlo. Riccardo Ferri, stopper della nazionale e baluardo nerazzurro, ci sbatteva la testa ogni volta. A un certo punto Passarella si fece sotto e disse a Ferri di togliersi dai piedi: ci pensava lui.
Sul successivo calcio d'angolo a favore del Milan, con i rossoneri già avanti due a zero, Gullit fu costretto a trascinarsi fuori dal campo con un occhio nero. Mentre barcollava verso la panchina, Passarella gli si affiancò e con un sorriso tagliente gli soffiò:
«Benvenuto in Italia.»
Molti anni dopo, a Monterrey, in Messico, dove Passarella allenava la squadra locale, il Caudillo era a cena con un amico. A un tavolo vicino, un colosso pelato e silenzioso non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. Si alzò, attraversò la sala, e con voce cavernosa ripeté quelle stesse parole:
«Benvenuto in Italia.»
Era Gullit. Quello che esplose fu un abbraccio fragoroso, viscerale, traboccante di rispetto reciproco. Come solo due grandissimi campioni sanno fare.