
Carlo Bianchi
11 Agosto 2026
Editoriale
Livio, il chimico volante
Livio, il chimico volante
Di Berruti in questi giorni se ne sono evocate le gesta, i ricordi, gli aneddoti nonché le sue qualità sportive e personali, tali da non dovervi tediare in inutili ripetizioni per cui vogliamo ricordarlo inserito in quell'Italia da bere che erano gli anni sessanta.
Gli anni sessanta
Un decennio che i nostri padri ebbero la fortuna di vivere in prima persona dopo essere nati durante la prima guerra mondiale ed avere sofferto in giovane età anche la seconda. Loro alla fine furono giustamente premiati e chiamati a vivere uno dei momenti storici più interessanti e formativi della storia italica. Erano gli anni del cosiddetto boom economico, le famiglie si potevano permettere di passare due mesi di meritate vacanze (villeggiatura come si diceva ai tempi, un mese al mare e l'altro in montagna), le prime auto sfrecciavano impavide sull'Autosole che ci mise un po' di tempo per essere completata. Era l'Italia appunto da bere, le campagne si svuotavano per cercare fortuna nella città sicuri di un futuro migliore non solo per se stessi ma soprattutto per le generazioni a venire. C'era la voglia di far crescere il paese pur con sacrifici ma con le giuste prospettive che rendevano gli impegni quotidiani meno onerosi di quanto potessero apparire. In tutto questo contesto Berruti incarnava l'atleta giusto nel momento giusto, simil sabaudo nel comportamento ma scanzonato e poco preoccupato dell'esito di una finale tanto da scherzare ai blocchi di partenza con i propri avversari.
La vittoria in finale
Finale che si disputò nello Stadio Olimpico di Roma (quello dei Centomila per intenderci) il 3 Settembre 1960. Si corse su otto corsie ma nella finale di occupate ce ne erano solo sei, la pista era in terra battuta miscelata a cenere mista a mattoni tritati ed argilla (solo nel 1968 a Tokio fece l'esordio il poliuretano detto tartan). Livio vinse sia la semifinale che la finale con lo stesso tempo tempo di 22 secondi e cinque decimi (record mondiale) visto che il cronometraggio era ancora manuale. Secondo l'americano Carney e terzo il franco-senegalese Seye. La bandiera italiana salì sul pennone più alto della Tevere e sotto di lei il braciere, ma quello vero e non le simulazioni di design dei giorni nostri. Era la prima Olimpiade con copertura televisiva e di quella manifestazione ricordiamo figure storiche come Wilma Rudolph, Cassius Clay, Nino Benvenuti, Giuseppe Delfino, Ferenc Nemeth. Sante Gaiardoni, i fratelli D'Inzeo, Tamara Press, nonché molti altri. Le televisioni irradiavano le due settimane di gare rigidamente in bianco e nero sull'unico canale disponibile ma da quei mastodontici tubi catodici veniva fuori un'Italia a colori che ahimé oggigiorno si sta sempre più sbiadendo. Livio ci ha lasciati in punta di piedi e con la solita discrezione che lo contraddistingueva. Meglio lui o Mennea? Troppo distanti come caratteri e come approccio alla vita ma mai così vicini nella memoria di tutti noi.
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