
Massimo Fiore
A ruota libera
«Mamma, comprami una moto… voglio correre come Kawasaki!»
«Mamma, comprami una moto… voglio correre come Kawasaki!»
Francesco Rocca il terzino che correva più veloce di una motocicletta
Dal Giappone delle motociclette alla Roma di Francesco Rocca
Nel Giappone del dopoguerra, mentre Shozo Kawasaki iniziava a costruire motociclette destinate a conquistare gli appassionati con potenza e velocità, in Italia cresceva un ragazzo che avrebbe fatto della corsa il proprio marchio di fabbrica. Si chiamava Francesco Rocca, nato a San Vito Romano il 2 agosto 1954. Nessuno poteva immaginare che quelle gambe, ancora sottili, sarebbero diventate il suo motore più potente, capace di seminare gli avversari e accendere l’entusiasmo dei tifosi.
Gli inizi e l'arrivo alla Roma
La sua storia cominciò sui campi di terra battuta del paese. Da ragazzo passò all’Audace Genazzano, raggiungendo gli allenamenti a piedi, percorrendo circa sei chilometri al giorno. Il suo talento non tardò a emergere, nel 1970, entrò nel settore giovanile della Roma. Con la Primavera giallorossa vinse due scudetti di categoria e una Coppa Italia. Nel 1973 Helenio Herrera lo inserì in prima squadra e il 25 marzo debuttò in Serie A contro il Milan, a San Siro.
Il soprannome "Kawasaki"
Inizialmente impiegato come ala, Rocca si trasformò progressivamente in terzino sinistro, diventando una delle presenze più temute sulla fascia. Velocità, resistenza e accelerazioni travolgenti gli valsero un soprannome destinato a rimanere nella storia romanista: “Kawasaki”. Come la motocicletta giapponese, Francesco sembrava avere sempre un’accelerazione in più. Quando partiva, gli avversari potevano soltanto rincorrerlo. Ma non era soltanto velocità: arrivato sul fondo, sapeva alzare la testa e servire cross precisi per i compagni, trasformando ogni fuga in una potenziale occasione da gol. Con la Roma disputò 141 partite di campionato e vinse due Coppe Italia, nel 1979-80 e nel 1980-81. Il 28 settembre 1974 esordì anche in Nazionale, con cui collezionò 18 presenze e una rete. A soli ventidue anni sembrava destinato a diventare uno dei punti di riferimento del calcio italiano.
L'infortunio che cambiò tutto
Poi arrivò l’infortunio che cambiò tutto. Il 10 ottobre 1976, durante Roma-Cesena, subì un trauma al ginocchio sinistro. Nonostante il dolore, continuò a giocare e pochi giorni dopo disputò un’intera partita con la Nazionale. Il 19 ottobre, durante un allenamento, i legamenti cedettero definitivamente. Cominciò così un calvario fatto di operazioni, recuperi e ricadute. Tra il 1976 e il 1980 subì cinque interventi chirurgici, tentando più volte di tornare ai livelli di un tempo. Riuscì anche a disputare alcune stagioni con continuità, ma il suo fisico non resse. Il 3 agosto 1981 annunciò il ritiro. Aveva appena ventisette anni. Poche settimane dopo salutò definitivamente il pubblico dell’Olimpico, giocando circa venti minuti nell’amichevole tra Roma e Internacional di Porto Alegre.
Una carriera spezzata troppo presto
La sua carriera si era interrotta proprio quando avrebbe dovuto raggiungere la piena maturità. Il destino gli aveva tolto la possibilità di esprimere tutto il suo potenziale, ma non riuscì a cancellare il segno lasciato nella storia giallorossa. Anche nello scudetto del 1983, conquistato dalla Roma due anni dopo il suo ritiro, rimaneva idealmente qualcosa di Francesco. Le sue corse, la generosità e il modo in cui aveva interpretato la fascia avevano contribuito a costruire l’identità di quella squadra.
Il legame indissolubile con la Roma
Il suo legame con la Roma, infatti, non terminò con il calcio giocato. Continuò a frequentare lo stadio e a sostenere i colori giallorossi da tifoso, rimanendo parte di quella comunità che lo aveva amato e ammirato. Il paragone con la Kawasaki raccontava perfettamente la sua essenza: entrambi evocavano potenza, velocità ed emozione. Ma, mentre la motocicletta poteva essere perfezionata e riparata, le ginocchia di Francesco non riuscirono a sostenere a lungo quella straordinaria energia.
Un ricordo che non si spegne
Rocca non ebbe il tempo di mostrare tutto ciò che avrebbe potuto diventare. Eppure lasciò abbastanza perché il suo nome continuasse a vivere nei ricordi dei tifosi, dei compagni e nella storia della Roma. Il “Kawasaki della fascia” non fu soltanto un calciatore capace di correre più forte degli altri, ma un uomo che interpretò il gioco con coraggio, generosità e passione.
La sua corsa finì troppo presto, ma il suo ricordo non si è mai fermato.
Un sincero ringraziamento ad Antonio Capotosto di «Italiadeiderby».
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